13.10.05

Memoria

Chi usa intensamente la rete vive a un'altra velocità (meglio o peggio, non so; a me sembra di avere più opportunità di chi non la usa, ma è solo il mio punto di vista). La molteplicità di esperienze e di relazioni permessa da Internet, in particolare dai social software (dalla mail ai newsgroup ai blog ai messenger) non è l'unica risorsa in più rispetto a chi abita solo il mondo fisico: è che la nostra vita digitale ha un cotè tutt'altro che virtuale, la permanenza.
In rete siamo "ombre" che lasciano tracce, e tracce ripercorribili da chiunque.

Quest'estate ho incontrato un mio ex: erano 15 anni che non ci incontravamo neanche per caso, ma lui sapeva molto di me. I miei ultimi dieci anni di vita sono pubblici, e pubblici in modo permanente, molto diverso dal flusso in cui tutto scorre e scompare. I miei ultimi dieci anni di vita sono pubblici e ricercabili: ho deciso io quale parte del mio "dietro le quinte" mostrare, ma gli effetti pratici sulla mia vita sono incalcolabili e preziosi, anche perché la maggior parte delle persone che frequento lasciano tracce dietro di sè nello stesso modo. Sono fotografie involontarie che posso consultare in qualunque momento, alcune grottesche, altre deliziose, tutte indimenticabili.

A metà del secolo scorso Erving Goffman ha descritto alla perfezione come cambia il comportamento dei singoli a seconda del contesto, in particolare quando è un contesto pubblico (il palcoscenico) o privato (le quinte). Joshua Meyrowitz negli anni Ottanta ha identificato la televisione in particolare (e i media in genere) come principale responsabile dello spostamento di questo confine, con relativa presa di coscienza di una serie di "minoranze" (soprattutto le donne, i bambini e i poveri) della diffusione dei propri problemi, condivisi da tanti altri.
La televisione ha mostrato in pubblico gli spazi privati per la prima volta a milioni di persone. In televisione vedevi ciò di cui non si parla in pubblico: la camera da letto e il portafoglio, un papà in crisi come i diversi stili di vita e di consumo, escono dalle quinte della riservatezza, in un processo arrivato fino ai reality show. Ma quella della televisione è una realtà fabbricata a tavolino, e volatile.

Internet sposta ancora più in là questo confine, anzi, forse lo abbatte. Negli ambienti digitali pubblici l'unico spazio privato rimane quello interiore: quello che non dico, quello che non faccio. La maggior parte di quello che dici e che fai in pubblico, rimane. Stavolta gli autori siamo davvero noi: il reality non è uno show, siamo noi che agiamo e possiamo essere osservati senza saperlo, anche a distanza di anni. Anche quando saremo morti. Chiunque può osservarci: lo Stato, un ex, i nostri amici, un concorrente o un avversario. A molti preoccupa: a me affascina. Ho un passato, ma niente da nascondere.