28.6.07

Ritornare bambini. Genesi di un diario on line.

Tutto ha avuto inizio la notte del 7 febbraio 2007 quando, dopo esser diventato nonno di Aaron, cominciai a ricevere i primi sms e le prime e-mail.

L’idea modesta, anzi, piccina, era di farne una raccolta in Word arricchita da qualche clipart. Poi, e qui è proprio il caso di dire che da cosa nasce cosa, le prime impressioni di e sulla mamma in neonatologia, l’arrivo a casa, le prime visite a casa, le prime apprensioni della neomamma. Il documento in Word si è quindi trasformato in una newsletter settimanale per parenti e amici, perché, com’è scritto nell’introduzione, Aaron ha un nonno tecnologico. Le “niusletter” si badi bene, sono “scritte” da Aaron, e se qualcuno ha scritto “Scrivere, una fatica nera”, scrivere con gli errori che farebbe un bambino non è da meno.

Tra i riscontri più significativi c'è questo: "Il lunedì mattina, quando accendo il pc, la prima e-mail che leggo è quella di Aaron, così comincio bene la settimana!".

Ormai la raccolta delle “niusletter” comincia a prender corpo e sta pian piano diventando un vero e proprio libro, il “Diario di Aaron”.

In giugno il Diario è stato presentato in un momento open delle “RESIDENZE ESTIVE 2007. Incontri residenziali di poesia e scrittura a Trieste e nella Regione Friuli Venezia Giulia” presso la Foresteria del Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico a Duino dal 13 al 17 giugno 2007.

Tra i convenuti era presente il professor Ülar Ploom, docente di letteratura italiana a Tallin, in Estonia, che ha trovato il Diario interessante così com’è e per gli eventuali sviluppi. Ha citato un caso simile ma non uguale occorso durante la guerra tra l’Estronia e la Bielorussia, durante la quale un nonno ha tenuto un diario del nipote non in formato elettronico, ovviamente, ma in forma di dialogo.

Girando in Rete, d’altra parte non si può non farlo parlando di neonati, ciucciotti, fiabe e filastrocche, mi sono imbattuto in una scuola di scrittura creativa sulle fiabe che tra gli altri pregi ha quello di essere ad Udine, a pochi chilometri da casa. Quindi, dopo uno scambio di telefonate, di e-mail, tanto per conoscerci, e un incontro casuale in aeroporto, durante una cena nel ristorante “Le mille e una notte” (ma chi l’avrebbe detto!) di Udine, Piera Giacconi ha scritto la presentazione del Diario.

Sviluppi? Come diciamo da queste parti “chi pol dir?”

Anche se in Italia la natalità è scarsa i nonni certo non mancano e la Regione Friuli Venezia Giulia sta organizzando dei corsi di alfabetizzazione informatica per gli over 60. Ormai non si telefona per dare e ricevere notizie. Una newsletter come quelle da cui ha tratto origine il Diario potrebbe servire a far conoscere i progressi dei nipotini ai nonni lontani. Lontani nello spazio, ma vicini con il cuore e con le possibilità che le tanto vituperate “nuove tecnologie”, tra cui internet, i blog e la posta elettronica, offrono.

Un esempio può essere richiesto a sany82@tiscali.it

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Non faccio il pianista in un bordello

Reduce dal festival della pubblicità di Cannes,
dove trionfa uno spot che non è mai andato in televisione e vincono premi creativi insolite produzioni low budget, ma ad alta partecipazione di persone.

E non solo, alcuni colleghi australiani spinti da una visione del wwf usano la pubblicità per spegnere Sidney.
Spegnerla letteralmente.
Buio.
Esterno notte.
Interno anche.

Una ricca megalopoli del mondo occidentale che si ritrova al buio per un'ora. E non per un black out. Ma perché milioni di persone hanno scelto di interrompere qualsiasi consumo di elettricità. Una presa di coscienza collettiva. A cui hanno aderito oltre 12.000 aziende e realtà commerciali, tra cui mac donald, coca cola, supermercati, con tutto quello che ne consegue.

E in sud africa? Il poster di una banca con due pannelli solari che accumulano energia. Alla base del poster prese di corrente che alimentano una scuola, un'ospedale e un villaggio.

E il famoso spot che trionfa e non ha mai visto un solo passaggio tv?
Dimostra che oggi vince l'intelligenza di un messaggio autentico rispetto alla furbizia della manipolazione. Anche in pubblicità

Bello fare pubblicità oggi. Perché stanno cambiando tutte le regole del gioco.
Perché quelle nuove si scoprono lungo la strada.
E quando si sbaglia, si è contenti di averci provato.

Bello perché posso chiedere alle marche con cui lavoro di essere rilevanti per le persone, credibili, autorevoli, se vogliono convincere.
Perché farci scegliere è infinitamente più profittevole che farci comprare.

Bello perché servono ancora idee, creatività, parole e immagini.

Bello anche perché possiamo dire alla mamma che lavoro facciamo.

Iabicus

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27.6.07

Strike the pose

L’argomento: la guida sicura.
I destinatari: i giovani, in particolare.
Le parole: laconiche,
Speeding. No one thinks big of you.

E tutto ruota attorno a quel gesto.

.

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26.6.07

Tempi di Attesa – ORTOGRAFIA FAMILIARE, LESSICO FAMIGLIARE

Il mio collega s'interrompe per rispondere a una telefonata. Nell'attesa, vedo che sul suo PC è aperta la pagina del Consultorio familiare della ASL di Milano: http://www.asl.milano.it/DipAssi/consultorio.asp

Mi domando perché, se la denominazione definisce un servizio offerto alla famiglia, l'aggettivo usato non sia "famigliare". Cerco per curiosità il sito dei Consultori di Roma e di Firenze e noto che l'intestazione si ripete analoga: corretta o meno che sia, è per fortuna costante.

Provo allora a forzare la convenzione ortografica e imposto la ricerca di "consultorio famigliare". Il motore di ricerca è evidentemente ben istruito e prontamente corregge la mia somaraggine: "Forse cercavi consultorio familiare?" – mi chiede con parole cortesi che suonano ironiche: se parlasse, di certo il PC mi farebbe la cantilena con tono beffardo.

A distanza di tanti decenni si conferma dunque ciò che ci insegnava la nostra maestra delle elementari: "ricordate che familiare si scrive così, fa-mi-lia-re, perché deriva dal latino familia!

Quando nel 1963 Natalia Ginzburg pubblicò il suo "Lessico famigliare", ricordo infatti che molti si indignarono per la mancata ortografia, e ancor più perché un editore come Einaudi ammetteva la pubblicazione di un libro con un errore di stampa in copertina. Nonostante avesse vinto il Premio Strega, a quell'età non sapevo leggere quel libro come una delle più innovative creazioni della letteratura contemporanea. Nemmeno mi accorgevo, per esempio, che già il suo titolo distilla in due parole la profonda, quasi misteriosa correlazione esistente fra il lessico e le persone che lo usano, le quali contribuiscono a rinnovarlo con la loro stessa vita: una visione affascinante ed enigmatica, che pare un invito ad amare la nostra lingua nazionale e a impegnare attraverso di lei tutte le nostre risorse per comunicare meglio con gli altri.

Per via della nostra istruzione elementare che nel bene e nel male ci segna tutti come un marchio, non sapevamo che il titolo del romanzo afferma anche la dignità di una parola misconosciuta, perché in italiano esistono sia "familiare", sia "famigliare": La prima forma è un aggettivo direttamente derivato dal corrispettivo latino familiaris e, come dice l'edizione 1971 del Devoto – Oli, significa "reso facile da una lunga consuetudine": un sinonimo di "consueto", insomma. La parola "famigliare", connessa con il sostantivo italiano "famiglia", può essere sostantivo che indica ciascuno degli appartenenti alla stessa famiglia, e aggettivo riferito a tutto ciò che riguarda la famiglia stessa: perciò, per intenderci, anche quelle che ormai chiamiamo Station-Wagon sono auto famigliari, così come gli assegni (per quei pochi che ancora li ottengono). Anche i Consultori dovrebbero perciò essere famigliari, a meno che non pretendano di essere familiari a tutti i cittadini: una sfida ai limiti del possibile per ogni servizio pubblico.

Pare dunque che l'implicita invocazione della Ginzburg non sia riuscita a influenzare la nostra rigorosa tradizione scolastica. Potremmo vedere questo fenomeno come una dimostrazione di efficacia della nostra scuola. Che cosa succederà allora, quando i testi delle leggi e i nomi delle nuove istituzioni pubbliche saranno scritti dagli allievi universitari che oggi fanno errori di ortografia? Non è facile prevedere, ma forse, nel futuro, questa opportunità democratica avrà meno occasioni per attuarsi...


Pierluigi

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25.6.07

Dante. E sempre e solo Dante?

Facciamo un po’ di polemica. Esami di maturità: ancora Dante, canto XI. Già ‘uscito’ nel 2005; allora era stato proposto il canto XVII. Non va bene? Per carità va benissimo, ci mancherebbe: ogni canto, ogni verso, ogni parola di Dante sono gravidi di senso, ricchi di millanta possibilità di scavo, riflessione, approfondimento. Dante è talmente grande che fa perfino spettacolo (Benigni, bene, docet).Di Dante si può perfino parlare in televisione. Dante mette d’accordo tutti. Il fatto è però, che a forza di parlare di Dante, degli altri nostri scrittori si parla assai poco. E sì che ne abbiamo di scrittori, oltre al Sommo! È che, per i paradossi della storia, degli altri poeti il circo cultural-mediatico sembra non curarsi. Qualche anno fa (nel ’95) è passato completamente sotto silenzio il IV centenario della morte di Tasso; scarso anche l’eco di quello della nascita di Petrarca nel 2004; quest’anno pochi si sono accorti di quello di Carducci. Se sull’importanza, anche europea, di Carducci possiamo discutere, quella di Tasso e Petrarca è indiscutibile. Anzi, il loro peso sulla cultura europea è stata forse anche superiore a quella di Dante. E allora, perché ci ricordiamo solo di Dante? Per il vizio tutto italiano di coltivare il culto per l’Eroe, unico e indiscutibile? Perché, specie di questi tempi, Dante sembra più cristiano degli altri? O perché, tra chi conta e decide, si conosce solo quello?

Il management si impara al cinema

50 film per capire meglio azienda, collaboratori, obiettivi. Come Sentieri selvaggi, in cui John Wayne riassume una schiera di metafore manageriali: l'ossessione verso il risultato, l'odio che si trasforma nella gestione della diversità, il senso di appartenenza, la solitudine del leader.

F. Bogliari, S. Di Giorgi, M. Lombardi, P. Trupia, Il grande libro del cinema per manager, Etas, 2007

24.6.07

Il bello della bellezza

ma forse posso altrettanto bene scrivere “la bellezza del bello”,
e il perché provo a spiegarlo tra breve.

Intanto, l’informazione:
si sta svolgendo a Las Vegas
l’11° meeting dell’ASSC, l'Associazione per lo studio scientifico
della coscienza. Al congresso partecipano specialisti di vario indirizzo,
neurologi, filosofi, psicologi, informatici, antropologi ed etologi
cognitivisti, che confrontano i propri approcci empirici e teoretici all’argomento.

Poi, la spiegazione:
sono arrivata a quest’appuntamento cercando delucidazioni sui qualia.
I qualia, termine latino (plurale neutro di qualis, quale, “quale”)
che indica qualità non meglio definite,
sono le sensazioni mentali irriducibilmente qualitative,
le esperienze interiori ineffabili e personali
di cui siamo consapevoli e, in certo senso, prigionieri:
come riporta DWeb: “non sapremo mai se i gerani che ci fioriscono
sul balcone hanno lo stesso colore per noi e per il vicino”.

Dunque l’accettazione dei qualia,
oggetto del dibattere per il peso che rivestono nella comprensione
della coscienza, è evidentemente significativa anche dal punto di vista
neurolinguistico, perché enfatizzano la soggettività che fonda
il nostro sentire e fa sì che la mappa del mondo che costruiamo
sia una rappresentazione personalissima e infedele della realtà.

Il tuo rosso, il tuo bello, il tuo vero,
la tua personale percezione di rossezza, bellezza, verità,
ti appartengono,
esattamente come i tuoi gerani.

Ma non è questo il punto.
Il punto è: come dirlo ai tuoi simili?

.

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21.6.07

Enjoy the silence

“Dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati, persino puerili,
possono servire alla salvezza.

Per difendersi dalle Sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera
e si lasciò incatenare all'albero maestro. Naturalmente tutti i viaggiatori avrebbero potuto fare da sempre qualcosa di simile, eccetto quelli
che le Sirene attiravano già da lontano, ma in tutto il mondo
era noto che era impossibile ciò potesse servire.
Il canto delle Sirene penetrava dappertutto
e la passione dei sedotti avrebbe spezzato ben più che catene e albero.
Ma Odisseo non ci pensò, benché forse ne avesse sentito parlare.
Confidava pienamente in quel poco di cera e in quel fascio di catene,
e, con innocente gioia per i suoi mezzucci, andò incontro alle Sirene.
Ora, le Sirene hanno un'arma ancora più terribile del canto, il silenzio.

Non è accaduto, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato
dal loro canto, ma certo non dal loro silenzio.
Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza, al conseguente
orgoglio che travolge ogni cosa, nessun mortale può resistere.
E, in effetti, quando Odisseo arrivò, le potenti cantatrici non cantarono,
sia che credessero che solo il silenzio potesse vincere quell'avversario,
sia che, alla vista della beatitudine nel volto di Odisseo, che non pensava
ad altro che a cere e a catene, si dimenticassero proprio di cantare.
Ma Odisseo, per dir così, non udì il loro silenzio,
credette che cantassero e che solo lui fosse protetto dall'udirle.

Di sfuggita vide sulle prime il movimento dei loro colli,
il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse,
ma credette che questo facesse parte delle arie che non udite
risuonavano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò appena il suo sguardo fisso nella lontananza, le Sirene sparirono davanti alla sua risolutezza e,
proprio quando era più vicino a loro, non seppe più niente di loro.
Ma quelle - più belle che mai - si stirarono e si girarono, fecero agitare
al vento i loro tremendi capelli sciolti e tesero le unghie sulle rocce.
Non volevano più sedurre, volevano solo carpire il più a lungo possibile
il riverbero dei grandi occhi di Odisseo. Se le Sirene avessero coscienza,
quella volta sarebbero state annientate.
Ma sopravvissero, e solo Odisseo sfuggì a loro.

A questo punto, si tramanda ancora un'appendice.
Odisseo, si dice, era così astuto, era una tale volpe, che neppure
la Parca poteva penetrare nel suo intimo. Forse egli,
benché ciò non si possa capire con l'intelletto umano,
si è realmente accorto che le Sirene tacevano e ha, per così dire, solo opposto come scudo a loro e agli dèi la suddetta finzione”.

(F.Kafka, Il silenzio delle Sirene)

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20.6.07

Figli delle stelle

.
Cose che magari abbiamo già incontrato
ma si sedimentano
e sfuggono alle consapevolezze quotidiane.
Così l’ultimo bel libro di Gian Luigi Beccaria,
che scava tra le pieghe delle parole,
offre un approccio divulgativo ai digiuni,
e piacevolmente maieutico a chi è già dentro.

Lo penso mentre lo sfoglio
sbocconcellandolo, come antipasto
di una più attenta lettura,
e ritrovo che è dalle stelle che de-sideriamo
ma anche con-sideriamo.
Passione e ragionamento sotto lo stesso cielo.
.

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19.6.07

ore 9.00: scritto di italiano

In vista dell'esame di domani, ecco "Sedici Suggerimenti per Studenti Stressati" (by Beppe Severgnini)

1 Aver qualcosa da dire
2 Dirlo
3 Dirlo brevemente
4 Non ridirlo (semmai, rileggerlo)
5 Scriverlo chiaro
6 Scriverlo esatto
7 Scriverlo in modo interessante
8 Scriverlo in italiano (è più trendy, baby)
9 Non calpestate i congiuntivi
10 Non gettate oggettive dal finestrino
11 Spegnete gli aggettivi, possono causare interferenze
12 Non date da mangiare alle maiuscole
13 Slacciate le metafore di sicurezza
14 In vista della citazione, rallentate
15 Evitate i colpi di sonno verbale
16 L'ultimo che esce, chiuda il periodo

In bocca al lupo a tutti!

18.6.07

Tempo di congedi

Presente quando si deve concludere un ciclo? di seminari, di progetti, di avventure, di relazioni tra persone?
Sei sempre lì in cerca della frase giusta, della parola che lasci un effetto onda nei minuti o nei giorni o negli anni a venire. Mica puoi andartene così, senza un che di eccezionale. Mica puoi dire un arrivederci qualsiasi, come se ci si rivedesse poche ore dopo.

Un amico insegnante in questi giorni è andato in pensione: si è congedato dai ragazzi, dai colleghi, dalla scuola, dal mondo che è stato il suo mondo per un sacco di tempo.
Lo ha fatto in questo modo: una cartolina ai colleghi e un'ode alla macchinetta del caffè.
Arrivederci, professore, e grazie anche per questa lezione.


/1%29%20Cartolina%20Colleghi.pdf

/2%29%20Salutarla%20e%27%20poco.pdf

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Non parlarmi, non ti ascolto (manuale di autodifesa)

Si parla, si parla. Ma qualcuno che ascolta c'è? Perché a volte si ha proprio l'impressione di parlare con i muri. Al lavoro, in famiglia. Persino nei negozi, dove il commesso di turno finge di essere interessato a quello che stai dicendo, ma in realtà aspetta solo il momento buono (tu che tiri il fiato, uno starnuto, una minima incertezza, una semplice pausa) per insinuarsi nelle maglie della tua cotta e rifilarti quello che gli hanno detto di promuovere.

Allora impariamo anche noi, a insinuarci nelle pause altrui. Facciamo valere le nostre idee, valorizzando la capacità di non-ascolto: fingiamo interesse, simuliamo emozioni e attenzioni. E, al momento buono, passiamo all'attacco.

Ma mi raccomando, non fate niente che possa anche solo lasciare intuire le vostre intenzioni: uno sguardo orientato male, un angolo della bocca un po' troppo all'ingiù, un eccesso di sudorazione e la simulazione va a farsi friggere! Non date alcun segnale che possa anticipare la vostra mossa. Cogliendo l'interlocutore di sorpresa è più facile che abbassi la guardia e che voi possiate gestire la situazione in maniera più agevole.

Volete esercitarvi in questa tecnica di "controllo e gestione delle pause altrui" prima di affrontare il mondo reale? Semplicissimo: installate un "instant messenger" e il regno del "tu-scrivi-ma-io-penso-a-tutt'altra-cosa-e-aspetto-solo-il-momento-buono-per-tirarla-fuori" sarà immediatamente sotto i vostri occhi. Provare per credere.

PS Mi rendo conto che questo post è eticamente discutibile. Ma ha comunque una valenza formativa. Siete in mezzo a un gruppo di persone, dove c'è qualcuno che monopolizza il discorso. Come fare per bloccarlo? Semplice: basta inserirsi in una sua pausa leggermente più lunga. Ma attenzione: quando iniziate a parlare, badate voi a non avere incertezze!

15.6.07

L’importanza di partecipare ai propri progetti di comunicazione online per entrare attrezzati nell'economia della simbiosi

Internet sta vivendo un periodo di ritrovata giovinezza. Questa volta però la spinta viene dal basso ed è merito degli utenti. Da meri fruitori di informazione diventano produttori di contenuti e partecipano alla creazione di reti sociali virtuali, leggere nei link ma di sostanza negli effetti di condizionamento dell’economia.

La Rete è spinta dalla partecipazione!

Trento è stata fucina di questo pensiero, con Palestra della Scrittura ed eTour che hanno animato sette giorni di confronto e coinvolto una trentina tra responsabili marketing e direttori di aziende per il turismo. Un percorso formativo per comunicatori del turismo e del territorio che ha trattato i temi del marketing della conversazione, la creazione del rapport nelle interazioni in Rete, la scrittura per business ed il web writing.

L’ultima giornata di lavori ha coinciso con l’avvio del Festival dell’Economia, che ha aperto i battenti mettendo a confronto i guru del web sull’evoluzione e le prospettive dei siti internet.

“Aggregarsi e creare comunità, un internet interattivo, che non guarda al consenso come mission bensì alla democratizzazione della rete e dei contenuti” sono stati i capisaldi del confronto,

Un’ulteriore conferma, a quanto stiamo facendo.

14.6.07

Racconti per immagini

Ne parlavo con la mia amica Catia, qualche giorno fa: ormai, un frequentatore della Rete che si rispetti – oltre che blogger – deve essere anche flicker.
Ovvero maneggiare con amore e competenza Flickr, il sito-strumento che permette di pubblicare online le proprie foto e, cosa assai utile, di fare ricerche fra le centinaia di migliaia di immagini caricate grazie all’uso di tag (parole chiave).

Già provato?

Vorrei incontrarti (almeno) fra 100 anni...

Mi dicono che non si inizia mai una frase con la "e".
Il verbo all'infinito? Bandito per ogni incipit.
Periodi lunghi e attorcigliati? Evviva!

E il tuo corpo piano piano si ripiega su se stesso.
Avvilito.
Rassegnato.
Dopo la quarta riscrittura di un testo per una brochure.

Tu lo hai solo riscritto, orientandolo a chi lo leggerà.
Ingenua.

La tastiera ormai, rassegnata come te, diventa la voce della sua coscienza e ti dice "no, complica di più, così è troppo chiaro", incitandoti con "dai, dai, allunga di più questa frase, mettici un'altra subordinata".

Scrivere per un committente che non incontrerai mai.

Mettere mano al frutto del suo lavoro, senza prima essersi stretti quella mano.
Ma quanto è difficile?

Capita sempre più spesso, soprattutto lavorando con strutture a piramide.
E dove per arrivare al vertice, altro che scalata dell'Everest!

La relazione.
Eccola qui che salta fuori.

Guardiamoci in faccia, raccontami di te, fidati di me.
Dammi modo di spiegarti il perchè delle mie scelte.

Impossibile?
A volte si.

13.6.07

Second Life: gioco o realtà parallela?

"Non sto costruendo un nuovo gioco, ma un nuovo Paese".
Philip Rosedale aveva già le idee chiare, quando nel 1999 fondò a San Francisco la società Linden Lab. Convinse Mitch Kapor (il padre del software Lotus 1-2-3) a investire in un progetto rivoluzionario.
Nel 2003 Second Life viene lanciata nel web.
Oggi gli utenti registrati sono oltre 6 milioni.

Per entrare nel mondo parallelo di Second Life (SL)


Il vocabolario della SL (alcuni esempi)

AFK (away from keyboard), essere lontani dalla tastiera mentre si è collegati a SL
AR (abuse report), per segnalare a Linden Labs comportamenti che violano le regole
AVATAR, in sanscrito indica l'incarnazione di una divinità in un corpo fisico. Nella SL è l'alter ego virtuale con cui si presentano i residenti
CAGES (gabbie), rinchiudervi un resident è una forma diffusa di GRIEFING (molestia), vietata in SL (almeno in teoria)
CAMPING CHAIR (sedie da campeggio), situate di solito nei pressi dei casinò, consentono di guadagnare due Linden dollar ogni dieci minuti, semplicemente standovi seduti
FREEBIE, oggetti che si possono ottenere gratis in SL
LINDEN DOLLAR, la valuta in uso nella SL, acquistabile al tasso di cambio di 267,2 Linden dollar per un dollaro Usa reale
MONEY TREES, alberi dei soldi con appese banconote, mele, banane, ananas: chi le trova e le raccoglie, guadagna alcuni Linden dollar
NEWBIE, chi si è appena iscritto a SL
PRIMITIVE, elementi base che servono a realizzare le costruzioni di SL
RESIDENT, ogni giocatore, cittadino, abitante di SL (e tutti gli account creati in SL)
TEEN GRID, limitazioni d'accesso a SL: occorre avere più di 13 anni. Per chi ha fra i 13 e i 18 anni c'è la Teen Area, non accessibile agli adulti
TRINGO, tombola digitale alla quale si gioca nei casinò virtuali della SL

...

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11.6.07

Tempi di Attesa – SE FAI IL BRAVO, TI DO...

Questa sera sono in anticipo e, con i biglietti in mano, aspetto gli altri davanti all'ingresso.

Sul marciapiede si avvicina un papà che si tira dietro un bimbetto già abbastanza astuto da aver imparato a frignare per ottenere qualcosa. Non si capisce bene che cosa voglia: è chiaro solo che dalla sua statura di nanetto sta arrivando a far cadere il gigante oltre il limite della sopportazione. Sento che l'omone è riuscito ad appigliarsi ai suoi buoni principi e sentenzia: "Se fai il bravo, ti do..." D'incanto si ristabilisce l'equilibrio, nel rispetto dei ruoli e delle masse corporee. E mentre si allontanano, il piccolo si mette al passo come un cagnetto ammaestrato.

Come le vicende di Harry Potter confermano, gli incantesimi riescono particolarmente bene ai malvagi; e i buoni, se si illudono di usarli a fin di bene, finiscono per fare il gioco di quegli altri.

Quella frase così breve e frequente, tanto allettante per il piccolo, quanto poco impegnativa per l'adulto, nasconde presupposti che pesano come macigni e che possono costruire muraglie invalicabili nella mente di chi se la sente ripetere per anni, mentre sta ancora cercando di farsi un'idea della vita. E' chiaro che l'incantesimo funziona perché attua un ricatto. Anche se il ricatto è a fin di bene, non muta la sua perversa natura, che fa leva sulla paura di una conseguenza o, come in questo caso, sulla paura di perdere un vantaggio: niente di positivo comunque. E poi, che cosa significa fare il bravo? Di fatto vuol dire fare quello che piace all'uomo grande, anche se non sempre è ben chiaro: una volta vuol dire camminare come un soldato, un'altra stare fermo e zitto come una statua, o al contrario atteggiarsi come il Grillo Parlante e, senza fare il saputello, rispondere per bene alle domande, anche se idiote... Per ottenere il premio, non basta reprimere gli impulsi spontanei, ma, dato che bisogna piacere al gigante, occorre ingegnarsi a spiare i suoi umori e ad arguire i suoi pensieri.

Così crescendo, nei casi peggiori si diventa psicologi e forse psicoterapeuti; nei casi migliori si opta per l'anarchia. Per non esagerare, c'è anche la via di mezzo della nevrosi, alquanto comune.

L'effetto più triste di questa frase minatoria è la svalutazione del dono. L'oggetto o il comportamento che costituiscono il dono dovrebbero essere la forma tangibile di un atteggiamento libero e spontaneo suggerito dall'affetto. Il dono è per sua natura gratuito, mentre quel povero babbo che ho visto passare, con quelle parole l'ha svilito al livello dei premi del supermercato: cose che, al di là dell'apparenza, si pagano a caro prezzo.

E' bello pensare che quel giovane sia stato un giorno sospinto con la sua compagna dalla brezza piacevole e imprevedibile dell'amore: magari contro il parere di una famiglia benpensante; magari dopo aver accettato saggiamente di essere scelto da lei. Sarebbe bello allora che anche nei confronti del piccolo uomo nato da loro si lasciasse guidare dallo stesso spirito folletto, anziché ridursi a imitare un subdolo ammaestratore del circo. Se mi potesse sentire, scommetto che obietterebbe: "D'accordo, ma io l'educazione come gliela insegno? Non voglio fare come voi, cresciuti nel sessantotto, che come padri avete abdicato al vostro ruolo!". Accetterei volentieri la critica generazionale: molti di noi hanno infatti peccato verso i figli per un malinteso senso di tolleranza, che in realtà mascherava il mancato coinvolgimento nella relazione.

Per superare il mortificante compromesso fra ragazzo selvaggio e cittadino integrato, occorre appunto investire nella qualità della relazione. Certo, è meglio evitare di predicar bene e razzolar male, ma più ancora è necessario conquistare con l'affetto: solo questo probabilmente sa suscitare l'imitazione libera, la critica consapevole e soprattutto la fiducia che anima la nuova persona.

Pierluigi

P.S. Al cinema abbiamo visto "The Good Shepherd – L'ombra del potere" di Robert De Niro. Ho dovuto farmelo spiegare perché non ho capito molto, se non questo: il protagonista Matt Damon ha scelto una carriera che lo rende triste e sta ancor peggio quando scopre di essere responsabile dell'infelicità del figlio. Mi è parsa una spiacevole conferma del mio discorso. Purtroppo, come potete vedere http://www.mymovies.it - http://www.sentieridelcinema.it non è un film per ridere, ma non l'ho fatto io.

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10.6.07

La virtù combattente

Riflettendo tra etica e disciplina

“Un testo attuale e insieme coraggioso, in contrapposizione alle contemporanee tendenze verso ciò che è più comodo e facilmente ottenibile.” Così leggo nella newsletter della Scuola di Palo Alto, che promuove un libro intitolato appunto La virtù combattente. Tra sforzo etico e disciplina militare.

“Un testo sull’uomo - prosegue - sulla virtù, sulla disciplina, sulla capacità di costruire e seguire un progetto di senso. Un libro che, seppur legato precipuamente al contesto militare, si chiede in generale chi sia veramente l’uomo virtuoso, quali qualità, comportamenti, progetti, relazioni sia in grado di mettere in atto.”

Già, è vero, la parola virtus nasce nel contesto militare, a indicare le qualità di un buon comandante; e la persona virtuosa, che sia soldato, sportivo, o manager è colui che eccelle a tal punto da diventare esempio e guida per gli altri.

A dire il vero, questa marcatura militare non è che mi piaccia tanto. Soprattutto oggi, pensando al putiferio destato ieri a Roma dalla visita di Bush, finita per fortuna con qualche fastidio ma senza incidenti (e finita, per fortuna). Eppure non c’è tanto da far le anime belle: il linguaggio della comunicazione professionale è pieno di parole “bellicose”: target, azione, strategia, tattica, attacco, difesa, presidio... Ed è vero che, in un’epoca in cui molto di ciò che viviamo tende ad appiattirsi al livello delle banalità, delle comodità, del nulla, sarebbe utile rendersi conto che senza sacrificio, volontà e disciplina difficilmente riusciamo a ottenere risultati per noi stessi e per gli altri.

Uhm... qui rischio di entrare nella filosofia della domenica, quindi mi fermo.
Da un altro lato, rischio di scivolare nella propaganda, perché credo sia proprio per questo che è nata la Palestra della scrittura: per dimostrare che combinando l'etica con la disciplina si possono migliorare molto le proprie doti di comunicazione.

Voi che ne pensate?

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7.6.07

Vestirsi di parole, scoprire l'anima

Come la ragazza che, sotto impudici riflettori,
si libera dalle vesti e mostra, uno a uno, i suoi incanti
segreti, così il novelliere denuda la sua intimità in pubblico
attraverso i suoi scritti. >>

Per Mario Vargas Llosa scrivere è uno strip-tease,
ma a sequenza capovolta: in principio l’autore è nudo.

Nel processo creativo,
nostalgie, esperienze, livori si mescolano, stratificano,
vestono a poco a poco di parole,
al punto che, quando la novella è terminata, nessuno,
spesso neppure lo stesso autore, riconosce il cuore autobiografico
che pulsa nelle righe.

Vargas Llosa spiega così la genesi delle sue novelle
in un’interpretazione seducente
che mi fa continuare a chiedere, come Alessandro qualche post fa,
dove, nell’atto di scrivere, finiscano ragione, volontà, consapevolezza,
e cominci l’istinto, l’emozione, l’eccitazione.

Perché, e sono ancora parole di Vargas Llosa,
la literatura es fuego, e lo scrittore un perturbador social.
.

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5.6.07

Chick-lit: becchime per lettrici?

Ne parlano i blogger, ne scrive anche Repubblica.
Qualcuno poi vorrebbe nobilitarne le origini citando fra le capostipiti persino Jane Austen.

Una cosa, comunque, è certa. Dall'impacciata Bridget Jones alle casalinghe disperate, dalle single tutto pepe di Sex&The City allo shopping compulsivo di Sophie Kinsella, continua la fortunata parabola della chick-lit, la "letteratura per pollastrelle", e la sua tendenza a evolversi in mummy-lit (perché le pollastre sono diventate galline e adesso raccontano di cove e pulcini anziché di galli e pollai alla moda).

Un genere che parla anche italiano. Con Alessandra Casella, Geppi Cucciari e Luciana Littizzetto, per citare solo le più famose.

Operazione commerciale a parte, è davvero tutta spazzatura?

P.S.
I maschietti non si disperino, e corrano in libreria per le ultime avventure dell'eterno Peter Pan Nick Hornby!

4.6.07

un recente articolo

Parole e politica. Qui di seguito ripubblico il breve articolo uscito sul "Il Verona" . Le elezioni (a Verona) sono passate. Ma ancora più importante mi sembra quello che avevo scritto poco tempo fa. A voi lettori l'ardua sentenza.

Le parole, per certi aspetti, sono come gli esseri umani. Ad un certo punto ‘nascono’ e vivono. Qualche volta muoiono. Alcune nascono bene, altre nascono male; alcune hanno un bel suono, altre ce l’hanno brutto, come sanno bene i pubblicitari. Non molto tempo fa è nata una parola che, poverina, è proprio orrenda. Si chiama, la parola, «tanko»; italianizzazione dell’inglese «tank» che sta originariamente per «serbatoio», con l’equivalente italiano «tanica» o il disusato «tanca»; ma indica anche «carro armato», come anche il «tanko». Che non è propriamente parola italiana: l’Accademia della Crusca non l’ha ancora inserito nel suo Vocabolario. Per fortuna. Non tanto perché, poverina, la parola sia brutta; ma perché brutta è la storia che l’ha generata. Nasce da un gruppetto di esaltati che una decina d’anni fa decise di assaltare, con quel mostro, il campanile di San Marco in nome della libertà (?) della Repubblica Veneta (?). Ma altrettanto brutta è la storia che ha riportato in evidenza in questi giorni il «tanko»: a San Bonifacio qualcuno ha avuto la brillante idea di esporlo nel giorno della Liberazione. Forse per avvicinare i «serenissimi» assaltatori ai partigiani? Speriamo di no. Se così fosse, ci sarebbe da chiedersi se i promotori sono più vicini alla follia o al reato. Di certo sono lontani dall’Accademia della Crusca e da ogni altro vocabolario e da ogni libro di storia. E questo spiega molto.

Italiano, quarta lingua dei blog

Che gli italiani siano un popolo di naviganti, eroi, poeti e santi lo sappiamo.

Ma se da qualche tempo pare ci sia molta carenza di naviganti e santi (di eroi ce ne sono sempre stati pochi), i poeti - e gli scrittori in generale - sembrano invece tornati molto in auge, soprattutto da quando le nuove tecnologie per la comunicazione hanno reso molto più semplice la scrittura e la pubblicazione di propri testi.

Una dimostrazione diretta di questa grande passione degli italiani per la scrittura si trova nell'ultimo "State of the Live Web" (aprile 2007) di David Sifry, fondatore e amministratore delegato di Technorati, uno dei principali motori di ricerca di blog: secondo l'analisi di Sifry, infatti, l'italiano è - udite, udite! - al quarto posto fra le lingue più usate nella "blogosfera".

Nell'ordine compaiono infatti il giapponese (37% di post), l'inglese (36%), il cinese (8%) e l'italiano (3%): così, se i "blogger" del Sol Levante superano come numero di post i "blogger" di tutto il mondo anglosassone, i "poeti" nostrani portano l'italiano a superare lingue ben più diffuse come il francese e lo spagnolo.

Curioso notare che, mentre i giapponesi sono "scrittori nottambuli" (con un picco di post attorno alle ore 23 locali), gli italiani sembrano prediligere le prime ore pomeridiane (fra le 14 e le 15) come momento per dedicarsi alla scrittura dei propri "diari on line": che sia un nuovo modo per combattere la pennichella post-prandiale sul posto di lavoro?

Con i blog ognuno di noi è finalmente riuscito a pubblicare il famoso "racconto nel cassetto" che non riusciva a trovare un editore. Scoprendo che anche i nostri amici, colleghi, vicini di casa hanno la stessa nostra passione: scrivere. Bello sapere che non siamo soli, vero? ;)

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PS L'analisi di Sifry è interessante anche per molti altri motivi. Se ne consiglia caldamente la lettura a tutti coloro che sono interessati a comprendere le dinamiche del Web e i meccanismi di diffusione delle informazioni in rete.

3.6.07

Siamo sempre là: ragione o sentimento?

“Un treno lanciato su un binario sta per investire cinque operai. Azionando una leva è possibile scambiare il binario ed evitare di ucciderli, ma così facendo il treno travolgerà un’altra persona che si trova sul binario alternativo. Oppure ancora si può arrestare la corsa del treno spingendo un’altra persona ancora sui binari”.

Con questo gioco è iniziato ieri, 2 giugno, l’incontro “Calcoli e impulsi: cosa conta di più nelle scelte economiche” al Festival dell’Economia di Trento. Curioso che il 95% delle persone, secondo gli psicologi cognitivi, non ritenga giusta la terza soluzione, ossia spingere un uomo sui binari uccidendolo, ma ritenga legittimo cambiare il binario e lasciare che un uomo solo sia ucciso dal treno. Perché? La risposta non è scontata e gli intervistati stessi non sanno spiegarne le motivazioni.

Sono partiti da lì, nel loro confronto, lo psicologo cognitivo Alfonso Caramazza, direttore del Centro Mente/Cervello dell'Università di Trento, e l’economista Massimo Egidi, rettore della Luiss, esperto di economia dell’incertezza.

Sappiamo che gli studi di neuroscienze hanno aperto nuove prospettive per la comprensione di cosa accade nel cervello quando dobbiamo compiere una scelta, per esempio in situazioni di rischio finanziario. E nuove discipline, come la neurotica o la neuroeconomia, perfino il neuromarketing (qui si parla addirittura del “nervo della vendita” ) indagano le influenze etiche, logiche e cognitive nei comportamenti degli individui, specie nel risolvere il conflitto fra ragionamento freddo e dimensione emotiva.

È vero, la pulsione emotiva può bloccare il calcolo cognitivo e portare a errori nelle decisioni; è altrettanto vero che, quando occorrono decisioni rapide, il ragionamento automatico, frutto dell’esperienza, è fondamentale. Non solo in economia. Pensiamo al chirurgo: in condizioni critiche, se si perde in calcoli e ragionamenti, il paziente finisce all’altro mondo.

Applicando diverse prospettive di ricerca alle scelte della famiglia, dei consumatori, delle imprese, il dialogo tra lo scienziato dell’economia e quello della mente giunge a una conclusione interessante: la distinzione tra calcolo ed emozione è sbagliata. Le emozioni sono esse stesse dei calcoli, molto veloci, istintivi, che sono stati interiorizzati a livello inconscio attraverso l’esperienza.

Qualcuno ritrova pensieri simili se pensa alla magia della scrittura? al processo creativo, che consiste nel combinare le spinte dell'emisfero destro con le strutture linguistiche del sinistro? o al piacere del rispondere con successo a un’email magari livida di rancore, o annebbiata dalla fretta, o anche eccitata da un tiramento? ;-)

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2.6.07

Saluti da Berlino (ovvero, la magia dell'oggetto)

Precisi, seducenti. Personalizzati, attraenti.
Fino a qui ci siamo.

Ma se gli oggetti di un'e-mail diventassero i titolini di un mini-romanzo a puntate?
Insomma.
Se funzionasse legare con un filo logico - tanto sottile quanto potente – quei 40 caratteri magici per attrarre > stupire > convincere il nostro lettore?

Scettici? Beccatevi questi di eDreams: io ci sono cascata ;-)

Silvia, fai un break: voli a Berlino da 10 euro
(newsletter del 10 maggio)

Allarga i tuoi punti di vista!
(altro messaggio, tre giorni dopo)

Cosa stai aspettando?
(breve e-mail, due giorni dopo)

scritto da silviaeffe

1.6.07

la legge del branco

Parlare in pubblico è faccenda delicata. I più, alle prime esperienze, riferiscono perdita di controllo degli arti, sudori, secchezza delle mucose, respiro affannoso, black out celebrale: roba da ricovero immediato! Abbiamo un bel rassicurarci che non ci succederà nulla di grave: quegli occhi puntati imbarazzano, intimoriscono, fanno venire voglia di tagliare la corda. Parlare in pubblico ci immerge in un ambiente altamente emotivo e per quanto la nostra razionalità si sforzi, le reazioni fisiche sfuggono al suo controllo.

In effetti siamo esseri raziocinanti da troppo poco tempo: la nostra animalità è più forte. Trovarsi di fronte ad un pubblico, per la parte più antica del cervello, corrisponde ad essere in territorio nemico. Oppure ad assumere il ruolo di capobranco, che se non dimostra in ogni istante di essere il più forte ed il più autorevole, viene eliminato con una clavata in testa. Le reazioni di cui sopra, scatenate dal sistema simpatico e tipiche della condizione di “lotta e fuga”, sono dunque perfettamente naturali. E la nostra razionalità ha scarsissimo potere su di esse, rassegnamoci!

Al contrario, ed in modo molto semplice, postura, mimica facciale e soprattutto la voce hanno il potere di modulare le emozioni. Può sembrare strano, ma sorridere per qualche minuto ci farà sentire più felici. Allo stesso modo “impostare” un corretto tono vocale, calmo e profondo, mette in equilibrio simpatico e parasimpatico, porta ad una respirazione conseguentemente tranquilla ed ampia, dona una postura regale e ben radicata a terra, con grande ritorno di energia.

La voce umana è “magica” nel suo essere in grado di armonizzare corpo e mente, restituendone l’integrazione che li rende, insieme, il più incredibile mezzo comunicativo del pianeta terra. La voce, agita in modo corretto, fa sì che agli occhi di chi parla il “branco” riprenda sembianze umane.

E ci regala, più che la possibilità di svolgere con successo uno dei tanti compiti professionali, il piacere di comunicare.

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